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Il Santuario nacque come monastero dei Benedettini e fu inzialmente intitolato a S. Giovanni Battista (San Giovanni de lama , dal relativo toponimo latino del luogo, caratterizzato dalla presenza fino al sec. XVIII di valli paludose).

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Grazie a una serie di privilegi ed elargizioni dei catapani bizantini prima e, a partire dagli inizi del XII secolo, dei sovrani e principi normanni, l'abbazia estese il suo dominio su parte del Gargano e del Tavoliere, fino a diventare uno dei più importanti centri lungo la cosiddetta Via sacra Langobardorum – più correttamente denominata, secondo le più recenti acquisizioni della critica, Via Francesca . Lungo tale percorso sorsero numerosi eremitaggi, chiese e altri piccoli centri monastici, che punteggiano tuttora il territorio e sono in molti casi ancora da indagare, primo fra tutti il convento di Santa Maria di Stignano situato all'imbocco dell'omonima valle.

san-matteo-statua-ligneaUn privilegio di Guglielmo II nel 1176 confermò all'abbazia l'esenzione giuridica da qualsiasi autorità religiosa, che non fosse quella del pontefice romano (abbazia nullius), riconosce all'abate un'ampia serie di diritti feudali ed esenzioni fiscali, nonché l'esercizio della giurisdizione civile sui suoi vassalli e assegnò al convento nuovi possedimenti, a Monte Sant'Angelo fino ad alcune chiese, poderi e casali in Terra di Bari. La potenza economica del monastero doveva dipendere in primo luogo dalle rendite provenienti da un complesso patrimoniale tanto cospicuo. Nel quadro delle attività economiche svolgevano un ruolo preminente le fattorie e i numerosi casali appartenenti all'abbazia, con attività legate alla pastorizia (allevamento di bovini e bestiame minuto) e alla coltivazione dei campi (soprattutto vigneti e seminativi).

Un grave colpo al patrimonio del monastero fu inferto nel 1220 da Federico II, il quale tolse alla badia, nonostante le proteste del papa Gregorio IX, la proprietà di San Giovanni Rotondo, col pretesto della falsità dei documenti bizantini che ne garantivano il possesso. Le sorti del monastero non migliorarono con l'avvento degli Angioini. A diverse dispute patrimoniali si aggiunsero rapporti difficili con la feudalità e scontri interni nella nomina dei successori alla guida dell'abbazia. Negli ultimi decenni del sec. XIII si moltiplicarono i segni di una crisi ormai irreversibile. Alcuni casali dovettero essere locati per bisogno di denaro necessario ad assolvere agli obblighi feudali e a promuovere processi contro gli usurpatori dei beni del convento.

Con una bolla avignonese di Clemente V del 20 febbraio 1311 il monastero fu annesso all'abbazia di Casanova e passò all'ordine dei Cistercensi, ai quali rimase fino al XVI secolo. I suoi beni furono assegnati ad abati commendatari a partire dal 1327.

Nel 1378 Gregorio XIII, accertato lo stato di semi-abbandono e di miseria del complesso, lo assegnò ai Frati Minori Osservanti, che diedero inizio al processo di ripresa del convento. Nello stesso periodo vi giunse la reliquia del dente molare di san Matteo, che vi è tuttora custodita in una teca lignea posta dietro l'altare (fig. 1) ed è venerata dai fedeli con grande devozione. A partire dal XVI secolo è attestato il cambio di intitolazione del santuario a San Matteo: non è facile stabilire se tale cambio fu causa o conseguenza dell'arrivo della reliquia. Ciò che invece importa sottolineare è che si trattò di un'iniziativa nata “dal basso”, dalla devozione popolare.

L'avvicendarsi dei diversi ordini religiosi (Benedettini, Cistercensi, Francescani), pur garantendo una certa continuità di vita del complesso, salvo per il breve periodo delle soppressioni ottocentesche, ha comportato un continuo ripensamento strutturale dell'edificio conventuale. Il santuario, tuttora affidato ai Francescani, si presenta come una compatta mole dominante il paesaggio del borgo sottostante, ha pianta quadrilatera con chiostro centrale rettangolare e rispecchia soprattutto l'assetto conferitogli a seguito dei cambiamenti operati dall'ultimo ordine monastico.

san-matteo-affrescoL'ingresso, oggi sul lato est e munito dell'attuale scalinata solo nel 1838, era in origine sul lato occidentale del monastero. Anche la chiesa, situata a nord-ovest e al secondo piano dell'edificio conventuale, sin dall'origine a navata unica scandita da paraste, presenta tracce di un primitivo ingresso sul lato orientale. Ha subito una serie di rifacimenti barocchi e settecenteschi nonché, fino agli inizi del secolo scorso, interventi di restauro spesso arbitrari, che impediscono oggi una chiara ‘lettura' della sua evoluzione architettonica.

Sulle pareti della chiesa più vicine alla zona presbiteriale si sono conservate tracce di affreschi più antichi, relativi ad una prima fase decorativa, databile approssimativamente alla fine del XII secolo. Consta di quattro grandi scene narrative che assumono una notevole importanza, perché anticipano le scene di narrazione storica di età sveva e angioina. Pur non essendo agevole la lettura dei frammentari soggetti figurativi, è ipotizzabile un'immagine di San Giovanni Evangelista (fuso e confuso, anche a livello iconografica, con il Battista eponimo dell'abbazia), la rappresentazione di una fonte che scorre da un'arcata monumentale e una scena con pellegrini. La tavolozza cromatica è ricca, intense le tinte e marcate le linee dei volti. L'ipotesi più probabile è quella di una traduzione in chiave locale di stilemi provenienti dal mondo greco-bizantino. Di una seconda fase decorativa, che ha interessato forse tutte le restanti pareti e alcuni pilastri, databile entro la seconda metà del sec. XIII, affiorano solo, sulla parete destra, tracce di un santo (San Giovanni Battista?) e di un personaggio nimbato (San Benedetto?), figure rappresentate come ‘icone', ma con la stessa ricchezza e intensità cromatica del primo ciclo, a conferma della presenza nella Capitanata di una vivace cultura figurativa, la cui storia resta però in gran parte oscura.

Nella chiesa è presente, sull'altare maggiore, una statua in legno scolpito e dipinto, sulla quale ancora oggi si discute: in origine sembra fosse un Cristo benedicente, riadattata e “travestita” come Matteo alla fine del sec. XVI. Non tutti gli studiosi, tuttavia, condividono la tesi di una “trasformazione” della statua.