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La cappella di San Michele in vertice montis è mèta di flussi di pellegrinaggio cospicui, per lo più di carattere locale, documentati già a partire dal XVII secolo ma certamente riconducibili a epoca precedente.

I pellegrinaggi si svolgevano, e si svolgono tuttora, soprattutto nei due dies festi dell’Arcangelo Michele (8 maggio e 29 settembre) e nel mese di agosto. Sono caratterizzati da fenomeni devozionali peculiari, fra i quali si segnala in particolare il divieto di consumare o portare cibi di origine animale durante l’ascesa al monte, almeno a partire dalla località “Epitaffio”. Questa prassi alimentare, fino a oggi scrupolosamente rispettata dai pellegrini e fatta propria anche da turisti e viandanti, era già diffusa nel Seicento. Lo testimoniano sia l’epigrafe marmorea presente sulla facciata anteriore dell’“Epitaffio”, datata al 1616 (per il quale cfr. sezione Archeologia e Beni culturali), che il verbale della visita apostolica del 1677, in cui si ripropone la segnalazione del divieto di mangiare o portare cibi paschales entro lo spazio di un miglio dal santuario. L’espressione cibi paschales designa in sé i cibi, a base di carne, il cui consumo avviene la domenica di Pasqua dopo il digiuno quaresimale. Tuttavia i Calvanicesi hanno assai presto esteso questo divieto a ogni alimento di origine animale (ivi inclusi formaggi, latticini, uova etc.), secondo un’interpretazione rigorosa del digiuno pasquale tuttora diffusa – per esempio – in contesti cristiani di matrice ortodossa, ma anche in alcuni centri dell’Italia meridionale.

È evidente che l’“Epitaffio” indica l’inizio dello spazio sacro entro cui il santuario ricade, a partire dal quale occorre mettere in atto una condotta intesa a rimarcare appunto la sacralità del luogo. In tale prospettiva è consuetudine che al divieto alimentare si aggiunga l’obbligo per le coppie di sposi o fidanzati di procedere separati. L’origine di entrambe le pratiche – quella alimentare e quella sociale – andrebbe ricercata in una curiosa leggenda diffusa oralmente: sarebbe stato lo stesso Michele, nel corso di una non meglio precisata apparizione “itinerante”, a manifestare l’esigenza di salire sempre più in alto sulla montagna perché disturbato, di tappa in tappa, “dalla puzza della carne”. Soltanto sulla vetta del monte l’Angelo avrebbe trovato requie: ne sarebbe seguita la costruzione di una prima cappella, unitamente alla sacralizzazione dell’intera montagna, teatro dall’ascesa di Michele. Questo dato leggendario, oltre ad aver generato una tradizione cultuale fortemente identitaria legata al pellegrinaggio a San Michele di Cima, è interpretabile sul piano antropologico come allusione al progressivo “disincarnarsi” del pellegrino, al perseguimento di una condizione ascetica che diviene tanto più perfetta quanto più si lega al motivo dell’ascesa al monte.

Una ulteriore tradizione, fortemente identitaria, legata al santuario di San Michele in vertice montis riguarda la statua argentea dell’Arcangelo, di fattura napoletana, risalente al XVII secolo. La statua viene trasportata a spalla fino al santuario in occasione delle feste micaeliche (soprattutto quella dell’8 maggio), con processioni minuziosamente codificate a livello rituale. Abitualmente, tuttavia, essa è custodita nella casa privata, diversa di anno in anno, di un cittadino calvanicese la cui identità non viene resa nota.

Benché tale pratica sembri collegarsi con un legittimo timore di furto – essendo il manufatto di altissimo pregio – non è possibile esimersi dalla suggestione di collegare questa tradizione a un elemento emergente già nel testo della visita pastorale del 1677. Il visitatore segnala infatti che gli arredi liturgici della cappella vengono conservati in parte nell’edificio stesso e in parte presso alcuni fedeli calvanicesi (apud diversos viros pios eisudem casalis Calvanici). Uno di essi, in particolare, custodisce la chiave della cappella, le cui porte sono tenute chiuse dopo le celebrazioni. Anche in questo caso ciò accade apparentemente per scongiurare il rischio di furti e scoraggiare i ladri; nondimeno, la tradizione del “san Michele nascosto” potrebbe offrire materia di riflessione agli etnologi, agli antropologi e agli storici delle religioni, oltre che agli storici del cristianesimo.